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[X Press Magazine] Have Band: intervista a Will Champion - Periodo Parachutes/AROBTTH

Tratta da: X Press Magazine
Intervista di: Chelsea Hunter
Data: Agosto 2001

Confessando di essere ancora in pigiama alle 11.30 del mattino, il batterista dei Coldplay Will Champion è davvero felice di essere a casa. Ciò è ovviamente comprensibile quando casa è rimasta a notevole distanza dai 4 ragazzi della band campione d’incassi d’Inghilterra. Insieme al cantante Chris Martin, al chitarrista Jon Buckland e al bassista Guy Berryman, Champion ha viaggiato ai quattri angoli del globo e suonato nella maggior parte dei festival e delle sale da concerto lungo la strada, grazie alla straordinaria popolarità del loro album di debutto, Parachutes.

Una collezione di contemplazioni dolcemente tribolate con melodie raffinate e piccoli appendini ordinati a cui potreste appendere i vostri soprabiti, Parachutes è ben meritevole dell’attenzione internazionale che ha guadagnato, non ci sono sorprese in questo senso. Ma ciò che è davvero lodabile è la data del primo concerto dei Coldplay: 14 gennaio 1998. In soli 32 mesi questi quattro ragazzi hanno raggiunto un livello di fama e riconoscimento che sta alla base di ogni sogno da rock ‘n’ roll band. E dire che loro ringraziano per la loro piccola benedizione è come dire che il Regno Unito ha prodotto in grandi quantità pochissime ottime pop band. Infallibilmente educato, con un gentile e raffinato senso dell’humour, Champion quasi inciampa nelle sue parole sdolcinate quando cerca di descrivere quanto meravigliato ed eccitato sia ad essere in una delle più grandi band della scena mondiale attuale. 'Avere successo significa solamente che siamo capaci di fare molto di meglio…' dice, e se è una promessa, ci sono un milione di ascoltatori che gliela faranno mantenere.

Siete appena tornati da un altro tour degli USA, come è andato?
Molto bene, veramente, molto bene. Eravamo un po’ nervosi prima di intraprenderlo e l’inizio del tour è stato un po’ strano perché suonavamo nei festival delle radio, che sono cose strane, arrangiate da stazioni radio in questi enormi stadi e quasi tutte le band a parte noi erano abbastanza heavy, così eravamo un po’ nervosi al riguardo.

E allora come ha fatto una band abbastanza tranquilla come i Coldplay ad alzarsi contro i 'grandi'?
Beh, veramente non lo so, abbiamo solo suonato la nostra normale scaletta, non abbiamo cambiato niente. C’erano persone che si trovavano lì per sentire noi e questo è stato fantastico, ma la maggior parte delle persone semplicemente non ascoltava, così è andata bene. Siamo saliti, usciti e ce ne siamo dimenticati e poi abbiamo continuato con il nostro tour che è stato fantastico.

C’è stato un posto negli Stati Uniti che è stato migliore di altri?
È andata davvero bene dappertutto, quelli all’inizio sono emersi perché non eravamo preparati, come Atlanta e a Philadelphia sono stati i primi due del tour e non sapevamo davvero cosa aspettarci, eravamo molto eccitati da quanto la folla fosse incredibile e in quanti venissero a vederci, c'era grande entusiasmo, era abbastanza caotico dappertutto.

Questa era solo la seconda volta che facevate un tour negli Usa, vero?
Sì, abbiamo suonato a New York tre volte, ma questo era il secondo tour.

La prima volta Chris si ammalò e doveste cancellare alcuni spettacoli. Questa cosa vi forzò ad abbandonare molti vostri progetti?
Si tratta di 4 o 5 concerti a cui abbiamo dovuto rinunciare. Questa cosa è successa proprio dopo i concerti del Big Day Out (festival musicale che si svolge ogni anno fra Australia e Nuova Zelanda, ndr). Ce ne siamo andati da Sydney a Vancouver, in Canada, così è stato come fare due tour combinati ed è stato un po’ troppo, credo.

Quanto tempo avete speso viaggiando negli ultimi 12 mesi?
Ahhh, probabilmente circa 12 mesi. Così ti godi il tempo in cui stai a casa (ride), che non è molto.

Allora durante quel tempo, avrete trovato delle strategie per occuparvi dei tour?
Sì, è proprio un bel progettare per noi, essere sicuri di pianificare bene un tour, che non ci siano troppi concerti di fila, che non dobbiamo suonare in un giorno in cui voliamo e tutto quel genere di cose. Progettare in modo corretto è la cosa più importante. E leggere molto, fare molto esercizio, correre ovunque e quando puoi, qualunque cosa non sia rilasciare interviste o fare apparizioni nella stazioni radio, come 'Questo è Will dei Coldplay e state sentendo bla bla bla XFM' o simili. Qualunque cosa che non sia strettamente legata alla musica... ci assicuriamo di averne parecchie.

E imparare a dormire in pullman e in treno...
Certo, assolutamente, (ride) è una forma d’arte.

Nel vostro primo tour degli Stati Uniti avete anche suonato con i Powderfinger, come è successo?
Beh, li abbiamo incontrati al Big Day Out ed è andata davvero bene con loro, sono davvero ragazzi simpatici e ci piaceva la loro musica e stavano progettando comunque un tour negli Stati Uniti, così gli dicemmo: 'Venite con noi' e loro risposero: 'Ok'. Ovviamente è stato abbastanza difficile per loro perché sono importanti in Australia e noi non eravamo molto grandi quando abbiamo suonato al Big Day Out, e la cosa si è poi invertita perché negli States le cose sono andate molto bene per noi. Loro sono stati grandi, erano davvero ragazzi in gamba, ci siamo divertiti molto con loro.

Facevate delle partite di cricket Australia contro Inghilterra?
Le partite di cricket che facevamo in Australia erano un misto di noi contro di loro e alcuni altri. Cominciava come un match fra noi e loro ma non c’erano abbastanza persone, così giocavamo un po’ mischiati...

Chi vinceva alla fine?
Beh questa era la cosa bella, non era proprio un gioco nei termini di essere competitivi, era solo colpire la palla. Un po’ tutti contro tutti.

Quando le due band erano negli USA c’è stata qualche differenza notevole nel modo che il pubblico aveva di rispondere a una band inglese o americana?
Non proprio, riguardo a questo c’è da dire che gli americani hanno davvero difficoltà a distinguere gli accenti inglese e australiano. Ci chiedevano sempre: 'Ragazzi voi siete inglesi o australiani?' e per i Powderfinger lo stesso.

E come era il pubblico paragonato a quello europeo o giapponese?
Beh, il fatto che ci siano molte più persone nello Stato fa sì che ci siano molte più persone che amino sentire la tua musica, ma dal punto di vista demografico è lo stesso, le persone hanno la stessa età in tutto il mondo, e sono abbastanza fanatici a dire il vero. Più degli inglesi. Le persone inglesi sono più riservate, non necessariamente durante il concerto, ma a parte quello raramente ci sarebbero persone ad aspettare fuori dalle porte del palco, mentre in America ce ne sarebbero centinaia e centinaia. È pazzesco, è come dire che tutti vogliono vedere persone famose. È una cosa molto strana.

Deve anche essere stato uno shock per loro vedere una band che ha un atteggiamento umile e non conta sull’immagine o su una marca di vestiario per definirsi…
Sì, decisamente. Penso che sia andata bene per noi e allo stesso modo per loro. Se tutto va bene continueremo a tenere i nostri ritmi musicali tipicamente inglesi per offrire agli americani un altro tipo di musica. Non devi ascoltare Britney Spears o i Backstreet Boys o i Limp Bizkit, c’è qualcos’altro oltre a loro.

Allora avete avuto qualche momento per lavorare già a qualcosa di nuovo?
Sì, lo abbiamo fatto nelle nostre scalette dal vivo, facevamo metà e metà, cose da Parachutes e roba nuova. Abbiamo 10 – 11 pezzi che sono praticamente scritti, dobbiamo solo trovare il tempo di registrarli, in realtà. Probabilmente sarà per la fine dell’anno e speriamo che il nuovo lavoro sia pronto per l’anno nuovo.

Quando vi siete messi a scrivere queste canzoni è stato uguale a quando iniziaste a scrivere Parachutes o c’è stata una notevole differenza dato che così tante cose sono successe in così poco tempo?
C’è sempre una differenza. L’esperienza probabilmente ci ha cambiati, credo. Siamo sempre le stesse persone ma l’atteggiamento con cui dovremmo scrivere e con cui dovremmo registrare probabilmente è molto diverso. E c’erano nuovi scenari perché siamo stati in viaggio per così tanto, molte canzoni sono state scritte in nazioni straniere, cosa che non era successa col primo album. Molte delle cose Chris le ha scritte da quando eravamo in America, e mentre eravamo in giro. Decisamente avrà un sapore diverso.

Che tipo di sound vi ha influenzato maggiormente, allora?
Molte cose, in realtà. Abbiamo tutti sentito vecchi dischi, cercando di prendere quel tocco classico. Anche un sacco di musica più heavy. Abbiamo ascoltato molto i Pixies, i Nirvana, quel genere, ma vedremo ciò che verrà fuori una volta assemblato. Ma decisamente sarà diverso, stiamo cercando di spingerci oltre il più possibile pensando a come una canzone suonerà. Stiamo cercando di cercare qualcosa di nuovo in noi stessi in ogni modo, ci spingiamo in là quanto possiamo.

Quando dici 'vecchio' intendi vecchio come gli anni ’30 o i classici anni ’70?
Direi dai ’50 fino ad ora. Ogni cosa. Veramente siamo andati in un negozio di dischi e abbiamo aperto le nostre menti. La cosa più bella è che può esserci un album registrato 30 anni fa ma che per me suona ancora nuovo e attuale. È stupendo pensare che qualcosa che è in giro da così tanto possa essere ancora una fonte di sorprese e di sensazioni nuove, come se fosse uscito l’anno scorso, e non saprei… Beh sarei in grado di dirlo, ma comunque è nuovo per me, ed è incredibile. Un po’ come la canzone più importante di Oh Brother Where Art Thou, “Man of Costant Sorrow”, è stata scritta da un uomo di nome Carter Stanley e ho preso un sacco di roba sua, è tutta roba country bluegrass (tipico stile country americano e folk, ndr) e campagnola, così abbiamo sentito questo genere parecchio. Le influenze sono sconfinate (ride).

Sono passati solo tre anni e mezzo da quando avete fatto il vostro primo concerto. Quando guardi indietro a quel momento, che genere di pensieri attraversano la tua mente?
Incredulità, in realtà (ride). Tre anni e mezzo fa eravamo in camera di Jonny con dei piccolissimi amplificatori, chitarre di merda e un set di batteria di merda. E poi alla fine del tour americano abbiamo suonato a Radio City a New York di fronte a 6000 newyorkesi. È pazzesco. Lo è davvero e ti fa sentire fortunato di fare quello che consideriamo il lavoro più bello del mondo. Siamo sempre riconoscenti per ciò che ci è stato dato e in fondo le persone che ascoltano la nostra musica e la amano sono la cosa che ci fa andare avanti in ciò che facciamo. E inoltre c’è la determinazione di sapere che useremo il tempo che abbiamo a disposizione e che spingeremo noi stessi musicalmente più in là che potremo.

Dalla risposta giunta all’annuncio di questo tour, credo che diventerete figli adottivi dell’Australia…
Ciò mi sta benissimo perché mi è piaciuta un sacco (ride). È stato fantastico. È simile all’Inghilterra in vari modi, anche qui siete molto ricchi culturalmente e multiculturali come noi, inoltre avete la cultura del pub, che è fondamentale. La cosa che trovavamo abbastanza negativa in America era che non ci sono pub lì, solo bar. C’è qualcosa di sbagliato in questo. E non possono bere fino a 21 anni. In Australia c’è anche un grande spirito, e in più tutti gli sfottò che ci beccheremo per essere stati battuti nel rugby e nel cricket, che altro? Qualunque altro sport sotto il sole non mi piace, ma in ogni caso è stupenda e ci piace davvero venire quaggiù.

Questo succede anche in altri paesi?
È abbastanza strano perché non si apprezza davvero quanto sia grande, perdi l’attenzione da quel punto di vista dopo un pò. Siamo andati in Norvegia e eravamo tutti un 'Stiamo andando bene qui?' e il ragazzo rispondeva: 'Oh, sì, il vostro album era alla numero 1', e questo e quell’altro, 'e probabilmente siete una delle cinque band più ascoltate in Norvegia' e noi rispondevamo 'Oh bene. E’ ottimo. Allora andiamo bene!' (ride). È davvero strano. È un costante meravigliarsi perché andiamo in uno stato straniero e suoniamo le nostre canzoni e la gente le canterà in tutto il mondo, persino le nuove canzoni perché c’è Napster (oggi chiuso, ndr) ed è incredibile che la gente conosca le canzoni prima che escano.

amsterdam

Ideatore e sviluppatore di Coldplayzone, Gabriele è un webdesigner milanese emigrato in Sicilia nel 2004 (per scelta di vita), il quale sente il desiderio di creare un 'posto' online [ zone ] da condividere con tutti gli appassionati di musica, in particolare quella dei Coldplay. Grande appassionato di musica inglese e di tutto ciò che si possa definire 'British'.