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(2008) Bologna / Milano

Due autentici capolavori assoluti. Non ci sarebbero altre parole più appropriate e consone per descrivere la bellezza, la carica emozionale ma soprattutto l’unicità dei due concerti che i Coldplay hanno tenuto al Palamalaguti di Bologna e al Datchforum di Milano, rispettivamente il 29 e il 30 settembre 2008.

Due eventi live tanto annunciati, acclamati ed attesi da andare già verso il sold out a soli pochi giorni dall’inizio delle vendite dei biglietti. Ma il ‘tutto esaurito’ è giustificabile solo con un fatto: la passione degli italiani per i quattro ragazzoni inglesi è sempre e continuamente in crescendo. D’altronde siamo "un Paese di cantanti passionali", come diceva Chris Martin nel 2005.

L'affetto del Belpaese verso la band è talmente, ed incredibilmente, grande che la fila ai cancelli in occasione del primo concerto di Bologna è già abbozzata sin dalle 8 della mattina. Lo staff di Coldplayzone giunge sul posto al suo (quasi totale) completo alle 8.45 presso l’ingresso 7 e rimane abbastanza sorpreso dal vedere già alcuni fans presenti davanti alle entrate. Tanto meglio: più gente ci sarà, più tutti potranno capire cosa vuol dire vivere un concerto dei Coldplay, uno show la cui attrattiva è difficile spiegare a parole agli altri, perché va vissuto intensamente in prima persona.
Nel corso della mattinata, la coda si ingrandisce sempre di più e si arricchisce di persone di tutte le età, provenienti dalle zone più disparate d’Italia: c’è chi ha fatto più di mille chilometri, c’è chi si è portato le sedie da casa per non affaticarsi, c’è chi fa cruciverba per ingannare l’attesa. Ognuno vive la tappa a modo suo...

Quando, ad una ringhiera, viene appeso lo striscione che Coldplayzone aveva preparato per l’occasione (inconfondibile con il suo slogan ‘Hear Your Italian Cavalry Choirs Singing’), si fanno avanti tutti i Coldplayzoners con il proprio pezzo di stoffa al polso personalizzato dal proprio nickname di riconoscimento e con quello che diventerà (anche se ancora all’insaputa di chiunque) il ‘grande protagonista’ dei due live: il proprio palloncino. A proposito di quest’ultimo, scopriamo che sono davvero tanti i sostenitori che hanno deciso di partecipare in modo diretto alla coreografia che lo staff aveva pubblicizzato. Veniamo a sapere, così, che non è solo frutto di un mero passaparola: molti hanno volutamente visitato il nostro sito. E questo ci inorgoglisce e ci fa davvero piacere.
L’attesa diventa così più piacevole. La rituale domanda "C’è l’hai il palloncino?" viene praticamente girata a tutti. E la risposta è quasi sempre la stessa: "Ne ho portati a decine!". Così, fra il fantasticare su quella che potrà essere la coreografia (senza montarci troppo la testa, ma con le dita incrociate) e il conoscere tanti supporters che per magia (la magia dei Coldplay?) da presenze telematiche diventano esseri umani in carne e ossa, ci accingiamo a completare il conto alla rovescia per l’apertura dei cancelli.
Finalmente, alle 19.00 le porte si aprono e cominciano... le corse al palco. Siamo in tanti, davvero in tanti, così tanti che nel giro di qualche minuto l’area parterre già brulica di centinaia di ragazzi e ragazze che intonano il coro caratterizzante quella che finora sembra essere la più grande hit della carriera musicale dei Coldplay: il brano ‘Viva La Vida’.
Il conto alla rovescia inizia (e parte davvero, sul maxischermo) mentre Albert Hammond Jr. si appresta a conquistare il palco e ad esibirsi con la sua band.

Terminato l’opening act, i palloncini cominciano ad essere gonfiati. Prima una decina, poi un centinaio, poi sempre di più. La musica di sottofondo del valzer del Danubio Blu sembra entrare in diffusione apposta per far agitare il mare di palloncini che aspetta la band più acclamata del momento: un immenso tappeto colorato, sperduto a vista d’occhio, incredibilmente corposo e sorprendentemente nutrito. Quella che sembrava essere una piccola idea buttata lì per caso è diventata la più bella coreografia che la band ha mai avuto durante tutto il ‘Viva La Vida Tour’. E quando Chris e i suoi amici entrano per ‘Life In Technicolor’, gli occhi del frontman sono increduli, emozionati, tant’è che decide quasi di voler uscire da dietro la tenda per ammirare quel balenio di luci e colori. Proprio una ‘una vita a colori’!
Il gruppo capisce subito che il calore di noi italiani non sta solo nel sorprenderli con i palloncini o accorrere numerosi al loro seguito, ma anche nel vivere intensamente le loro canzoni. E col modo più profondo ed efficace possibile: cantandole. Su ‘Violet Hill’, ‘Clocks’, ‘In My Place’ e ‘Speed Of Sound’, Chris fa fatica ad imporsi sulle 13.000 voci del palazzetto di Bologna: l’Italia li aspettava da tanto, forse troppo tempo. Quella stessa Italia che li aveva ‘ospitati’ per decidere la scaletta di ‘Viva La Vida Or Death And All His Friends’, quella nazione che li aveva accolti per le riprese del video di ‘Violet Hill’, ora stava facendo sentire il proprio attaccamento, con un carico di sentimenti, gioia ed emozione. Pianti e risa, lacrime e sorrisi a 32 denti, salti di gioia, balli frenetici e scatenati paiono calare la ‘cavalleria italiana’ della Band del Nuovo Millennio in una dimensione nuova, senza tempo, senza limiti, ma con una sola regola: dare cuore al cuore.
Su ‘Cemeteries Of London’ il ritornello cantato diventa una nenia, un’invocazione, un risveglio. E Loro se ne accorgono. Ben presto diranno che "voi italiani siete il miglior pubblico di sempre", la traslitterazione del famoso luogo comune ‘Italians Do It Better’, ma portata in una dimensione musicale.
Con un sound tirato a lucido, una voce di Chris particolarmente accattivante e (finalmente) più limpida del solito e con un Jon Buckland sugli scudi, ‘Chinese Sleep Chant’ riecheggia fra le volte del Palamalaguti come un flusso sonoro irresistibile.
Poi c’è spazio per l’incredulità di Mr. Martin quando ‘42’ ha un coro di sottofondo talmente impressionante che Chris è sovrastato. Addirittura pare contrariato perché non riesce a cantare, non è in grado di dirci basta, non ha modo di spegnere quella voglia di far sentire che ci siamo, siamo presenti come una pietra nel muro a cui ci aggrappiamo per non cadere e che sappiamo che sarà lì per sempre, ma non per farci male, ma per sostenerci ed aiutarci.