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[Pitchfork.com] Coldplay: Mylo Xyloto

Coldplay: Mylo Xyloto (di Ian Cohen) 7/10
 
"Nessuno sa cosa significhi, ma è provocatorio... stimola le persone." Un paio di buoni amici di Chris Martin hanno rigirato in modo memorabile l'oscuro passaggio del dialogo del film Due Pattini Per La Gloria per parlare l'album Watch The Trone e annotare l'acquisto di giacche Margiela, ma ciò si adatta bene al titolo Mylo Xyloto e parla delle nobili ambizioni riposte nell'album dai Coldplay.
Un nuovo album dei Coldplay è quel genere di cosa che è usata come test di 'salute' dell'industria musicale, e la band è assai consapevole di poter pubblicare "un nuovo album dei Coldplay" che soddisferebbe chiunque-- ciò che accadde con X&Y del 2055, il loro album che vendette più rapidamente e anche il loro LP più debole secondo molte persone. Ma essere criticati come 'pesi gallo' in confronto a colleghi come U2s, R.E.M., o Radiohead li ha chiaramente danneggiati -- e la verità è che, mostrano di essere maturati per il loro sentirsi colpevoli di una mancanza totale di credenziali post-punk. Mentre i Coldplay saranno sempre più divertenti che innovativi e i loro progressi artistici saranno visti come intelligenti risoluzioni di problemi piuttosto che come interventi divini, Mylo Xyloto funziona perchè la band ancora una volta riesce ad avere un sound dei Coldplay senza somigliare a nessuno dei loro precedenti LP, mantenendo la loro grandezza da stadio mentre sfidano in modo acuto i preconcetti.
 
Affidando il lavoro e con la cruciale cofirma di Brian Eno, è un sollievo che il loro lavoro più attentamente congegnato inzialmente suoni meno ambizioso di Viva La Vida, un disco la cui magniloquenza orchestrale e politica sembrava come minimo un atto necessario di un aggressivo rinnovamento di stile. Mylo Xyloto è più luminoso nell'assetto e nella parte vocale, più leggero, più enfatico e all'altezza dell'obiettivo di diventare un evento live magnifico. Sebbene la loro collaborazione con Rihanna in "Princess of China" renda il tutto più evidente, quando si è al livello dei Coldplay, le performance pop sono i tuoi avversari e Mylo si posiziona nella famiglia dei dischi rock ultra-mainstream spaziando da Born in the U.S.A. a Wolfgang Amadeus Phoenix-- fasciato in sintetizzatori e decorato da una produzione di ultima generazione, ma mai eccessivamente scostante se ancora si insiste sul fatto che la "musica reale" sia suonata da uomini con la chitarra.
 
Infatti, l'aggressivo beat che accende "Hurts Like Heaven" suona come se la band stesse cercando il cenno di approvazione del Boss. E' un pezzo eccellentemente aerodinamico di rock multi-ispirazionale che non diventa mai troppo prepotente anche con le frasi piene di significato/insensate di Martin ("You use your heart as a weapon/ And it hurts like heaven"), modificando leggermente il modello classicista con un leggero Auto-Tune sulle armonie di falsetto. Allo stesso modo la marcia imperiale di "Paradise" è il timone dei Coldplay, data la sfortunata tendenza di Martin ad allungare le sillabe per le rime che non vale la pena conservare. Ma la sua potenza ha poco a che fare con ciò di cui Martin parla (il sognare il paradiso, essenzialmente)-- è incentrata sul loro flirt irrefrenabile con la produzione R&B contemporanea, con un'evidente intensificazione della batteria nel mixaggio e una raccolta delle parti cantate nel ritornello fino ad ottenere un effetto travolgente e Pavloviano. Non vogliono eliminare completamente i Coldplay in quanto Coldplay-- sono ancora 4 ragazzi normali che si presentano come Britrock fragile post-The Bends con pezzi come "Yellow" e "Trouble". Ma continuano a chiedere, perchè limitarsi a questo?
 
Certamente, alcuni dei loro limiti non sono questioni di scelta. Mentre non manca una velenosa capziosità a spese dei Coldplay, non ho mai sentito nessuno lamentarsi del suono della chitarra di Jon Buckland o di una parte ritmica non in forma. A parte tutti gli aggiustamenti sonori, Martin è ancora un bersaglio a tempo pieno impersonando un avatar perfetto per i Coldplay, senza dubbio amichevole, dolorosamente sincero, e si, quanto ci si impegna. Quando Martin dice che Mylo Xyloto è una storia d'amore concettuale ispirata al White Rose movement e a The Wire, non vi sembra almeno che ci creda? Quindi fa ancora l'ingenuo a proposito del raccontare grandi parabole come se fosse il primo a proporle-- l'innocenza perduta nella spaziale in stile Muse di "Charlie Brown" è documentata in modo piuttosto strano ("Took a car downtown where the lost boys meet/ Took a car downtown and took what they offered me"), ancora prima di pensare all'uso di un personaggio dei Peanuts come una sorta di impersonificazione di base della purezza adolescenziale. Allo stesso modo, sebbene sia lodevole che una band vincitrice di molti dischi di platino nel suo quinto album possa fare una ballata vaneggiante, con un ritmo waltzer intitolata "Us Against the World" notevole per non essere easgerata, Martin tira fuori un verso, "Drunken like a Daniel in a lions' den," come qualcuno che ha in qualche modo è appena riuscito ad ascoltare "Hallelujah" per la prima volta.
 
Comunque, la collezione di pezzi 'morbidi' è tra le loro migliori-- la misurata bellezza della 'lacrimevole' rottura di "Up in Flames" e "U.F.O."  aggiorna fiduciosamente la semplicità di Parachutes attraverso una "Enossificazione" da loro stessi descritta e ovvia. Ma forse i limiti non sono quello che state cercando in un album dei Coldplay, e se questo fosse il caso, nessuna delle ballate ha quella specie di detonatore sfacciato di pelle d'oca di "Fix You" o "The Scientist". Questo non è per dire che Mylo manchi di brividi 'populisti; prova a scavare in fonti alternative. Hanno avanzato verso una musica di ideali più edonistici prima, specialmente con A Rush of Blood to the Head; le parti vocali di Martin in "Clocks" hanno funzionato benissimo ben filtrate nei remix dance, mentre allo slancio estatico di "Daylight" in realtà non serve traduzione. E fortunatamente, la rivoluzionaria retorica di Mylo è basata sull'amore piuttosto che su droga, pistole e sesso a pagamento.
 
La precedentemente citata "Princess of China" è un insistente e meccanizzato mix che si adatta molto facilmente a Mylo e al prossimo album di Rihanna, sebbene non sarebbe un singolo-- tutti sembrano prenderla un po' troppo seriamente. La cosa importante è che farà una bellissima figura ai Grammys. E "Every Teardrop Is a Waterfall" funzionerà sicuramente come brano di chiusura ai festival: Come una chiamata alle armi, non ha quasi senso, il già tristemente famoso verso di Martin "I'd rather be a comma than a full stop" che minaccia di portare "Teardrop" a una strada cieca. Ma poi ci si ricorda che i Coldplay non sono solo Martin-- Will Champion che picchia la batteria guidando quei 4 minuti di propulsione crescente, una delle più crudelmente sottovalutate e profonde scale di chitarra in maggiore di Buckland (pensate a "Strawberry Swing"), e, si, il tubare di Martin senza parole che si fondono in un modo che è proprio dei Coldplay-- una band al massimo successo senza troppi avversari.
 
Questi sono momenti in cui penso a quando le persone si lamentano della mancanza di una monocultura-- così spesso si parla delle band indie che "dovrebbero essere grandi" e di canzoni che "potrebbero essere hit"  in un universo alternativo. Ma con "Teardrop" e  "Hurts Like Heaven", c'è emozione nel sapere che queste canzoni possano, dovrebbero e saranno trasmesse in radio che non si può riprodurre. Con tutto il rispetto che meritano, mentre il tentativo degli M83 in un' estroversa euforia simile nell'album Hurry Up, We're Dreaming -- la penultima 'corsa' elettronica "Don't Let It Break Your Heart" dimostra che entrambe le band sono sempre più vicine ad intersecarsi-- l'idea che potrebbe riempire le arene ancora è un'illusione. E' ancora il progetto di un solo uomo, mentre i Coldplay sono stati creati per questo dal primo giorno. Non dovrebbe importare, ma importa-- mentre così tante band nella loro situazione regrediscono ad un pieno stato di soddisfazione o a qualche vaga idea di salvezza rock, Mylo Xyloto vede i Coldplay continuare ad esplorare con successo la tensione di voler essere una della più grandi band del mondo e di doversi frenare per essere una delle più grandi.
 
amsterdam

Ideatore e sviluppatore di Coldplayzone, Gabriele è un webdesigner milanese emigrato in Sicilia nel 2004 (per scelta di vita), il quale sente il desiderio di creare un 'posto' online [ zone ] da condividere con tutti gli appassionati di musica, in particolare quella dei Coldplay. Grande appassionato di musica inglese e di tutto ciò che si possa definire 'British'.