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[DailyBeast] La ''presenza'' di Gwyneth Paltrow nel sofferto album ‘Ghost Stories’ sulla separazione consapevole

'Ghost Stories' è un album riservato e meno fastoso, ma molto sofferto, come se la band provasse a creare un sound diverso. Il dolore di Chris Martin non si presta per grandi canzoni sul dolore della separazione.

Non c'è miglior argomento del dolore per una canzone pop. Seriamente: Il numero di classici freddi come pietre sul 'disinammoramento' — o, più precisamente, sull'essere abbandonati in amore, contro il proprio volere - è forse pari a quattro. "Living Without You" di Randy Newman. "Dancing On My Own" di Robyn. "Come Pick Me Up" di Ryan Adams. "Crying" di Roy Orbison. E questo solo dopo una veloce occhiata alla lettera R della mia libreria di iTunes.

Ma le canzoni sulle sofferenze amorose sono anche armi a doppio taglio. Possono essere molto gradite agli ascoltatori più di qualunque altra cosa; la fine di una storia è la più dolorosa e personale esperienza che possiamo vivere come esseri umani, quindi il potenziale di emozionare delle canzoni che trattano di questo argomento è abbastanza alto. D'altro canto, tutto ciò che parla di separazione - comprese le canzoni - è un cliché. Se la tua canzone sulla separazione non è veramente valida, è quasi certamente una brutta canzone. Non c'è margine di errore.

Questo è il problema del nuovo album dei Coldplay, Ghost Stories.

Nel caso in cui abbiate vissuto sotto una roccia su Marte negli ultimi mesi, ecco un veloce aggiornamento per mettervi al pari. In Marzo il cantante dei Coldplay Chris Martin e l'attrice Gwyneth Paltrow hanno annunciato sul sito di stile della stessa Paltrow che si stavano separando dopo dieci anni di matrimonio - o come descritto da loro, si è parlato di una "separazione consapevole". "Abbiamo lavorato molto per risolvere la situazione per oltre un anno, in alcuni periodi insieme, in altri per conto nostro per capire cosa ne sarebbe stato di noi," hanno scritto. "Siamo arrivati alla conclusione che ci amiamo molto ma che ci separaremo."

Subito i giornalisti hanno iniziato a speculare sulla causa del divorzio. Forse Gwyneth stava tradendo Chris con il marito di Elle Macpherson, il milionario Jeff Soffer. O forse se le stava spassando con l'avvocato del mondo dello spatccolo Kevin Yorn. E ancora, forse in realtà era Chris che la stava tradendo - con un'assistente del Saturady Night Live, o con Alexa Chung, o con qualcun'altra. Chi può saperlo.

In ogni caso, Martin si è pubblicamente accollato la maggior parte della colpa. "Puoi stare con una persona davvero meravigliosa," ha detto ad un dj della BBC lo scorso mese, "ma per i tuoi problemi personali si può non essere in grado di vivere la cosa nel modo giusto." In un altro intervento, disse che Ghost Stories era un concept album sul divorzio e su come "si lascia che le cose che ci sono successe in passato - i nostri fantasmi...influenzino il proprio presente e futuro."

E' di questo che parla precisamente l'album, in uscita il 19 maggio con l'etichetta Atlantic Records, - e non è una bella cosa. Il primo problema è la musica. Secondo quanto riportato, il primo intento della band per Ghost Stories fu infatti quello musicale: abbandonare il sound pop che caratterizzava il loro precedente album, Mylo Xyloto, e creare invece un insieme di canzoni "più acustiche ed essenziali". "Chiaramente si può arrivare fino ad un certo punto senza diventare eccessivi ed esagerati, quindi percorreremo questa strada in modo molto attento," ha dichiarato il batterista Will Champion alla BBC. "Resettare. Ricalibrare." Martin ha confermato questo cambiamento in una precedente dichiarazione affermando "da quando la nostra band è diventata famosa, siamo stati un gruppo molto estremo in quanto sapevamo fare certe cose davvero bene" - e ha confessato che non riesce più a "godere di ciò in cui eravamo davvero bravi."

Il risultato è un album che raggiunge l'obiettivo di proporre un diverso sound rispetto ai precedenti lavori dei Coldplay - più essenziale, meno pomposo, più trattenuto - ma l'album sembra anche molto sofferto ed impegnato, con una band che prova a cambiare il proprio stile. La maggior parte delle cose in cui i Coldplay “eccellevano” - i cori, i timidi crescendo - non sono più presenti, sostituite da una forma di sound eccessivamente controllato che inoltre non funziona assolutamente per il gruppo.

In alcuni punti questo approccio funziona bene: diversamente dai precedenti lavori, il singolo minimalista "Magic" non raggiunge mai la stratosfera da inno, ma il solido e disciplinato accrescimento dei nuovi stili sonori e dei nuovi elementi melodici gli conferisce uno slancio sottile che manca alle canzoni più riconoscibili della band. E ancora, per ogni traccia come “Magic,” Ghost Stories ne offre un'altra come “Another’s Arms”: un inutile lamento che si sgretola sotto il peso della sua stessa riservatezza invece di costruire una sorta di catarsi. Metà del breve album di nove canzoni - il quasi catatonico folk di "Oceans"; la sinuosa ballata al piano "O"; l'omaggio a Bon Iver “Midnight” - soffre di una sorta di inerzia, e diventa un po' lugubre dopo qualche ascolto. Capisco le intenzioni dei Coldplay in questo caso, e sono sicuro che alcuni critici li elogeranno per non averci 'colpito' ancora la loro musica per una volta. Ma mentre potrebbe essere più cool dell'essere pomposi - specialmente nell' indie rock - questo non significa che le canzoni siano migliori. In realtà, nel caso dei Coldplay, è esattamente l'opposto. Il sound di Ghost Stories è quello di una band che ha cercato a tutti i costi di creare un sound che appartiene invece a chi non si sta più impegnando al massimo.

Questo ci porta, infine, alle parole di Martin. Per confrontarsi con il nuovo e riservato stato d'animo della musica dei Coldplay - e per rispecchiare il romantico sconvolgimento della sua vita - il cantante sforna quelli che lui chiama i suoi più “personali" e "vulnerabili” testi fino ad oggi. Ha probabilmente ragione su questo: Ghost Stories inizia, dopo tutto, con le parole “I think of you, I haven’t slept” e finisce con le parole "Maybe one day I'll fly next to you, so fly on," e lo spettro di Gwyneth aleggia chiaramente in tutto ciò che sta in mezzo.

Sfortunatamente, c'è una grande differenza tra una “personale e vulnerabile” ed una grande canzone sul dolore della separazione. La prima non è necessariamente come la seconda, e la seconda deve essere qualcosa in più rispetto alla prima; una grande canzone sul dolore della separazione deve andare oltre all'aspetto troppo personale del dolore e parlare delle emozioni più profonde che ne fanno parte. Come uno scrittore, si può raggiungere questo obiettivo essendo più specifici (come, ad esempio, Bob Dylan in “You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go”), o restando sul generale (come il verso di Martin "Nobody said it was easy / No one ever said it would be this hard" di "The Scientist.")

Ma non si può fare come fa Martin, nella quasi totalità di Ghost Stories, cioè pensare che il proprio dolore sia espressivo solo perchè è tuo. Sicuramente il cantante ci parla del "tatuaggio" che si è fatto, "together through life" e si lamenta del fatto che "used to be you here beside me," "late night watching TV". Ma queste frasi sono troppo scontate per sorprenderci - per emozionarci, come se avessero in qualche modo catturato un sentimento che non abbiamo ancora realizzato di aver provato.

Non fraintendetemi. Ci sono alcuni bellissimi momenti in Ghost Stories. Il ritornello vertiginoso di "True Love" è davvero straziante - "Tell me you love me / If you don’t, then lie to me" - e i cambiamenti di accordi del verso amplificano abilmente la sensazione di impotenza che accompagna la perdita. Il migliore di tutti è il brano di apertura, "Always in My Head," che è costruito intorno ad un leggero ma quasi ossessivo riffi di chitarra di Jonny Buckland che suona esattamente come il sentimento evocato dal titolo e raggiunge il suo culmine nel più emozionante verso dell'album: "My body moves / Goes where I will / But though I try / My heart stays still." Queste sono le parole che avrebbero potuto essere più utilizzate nel resto di Ghost Stories.

Non sono nemmeno una persona che odia i Coldplay. Ho infatti scritto di recente un appassionato pezzo che difende la loro musica proprio su questo sito. Il motivo per cui tante persone disprezzano i Coldplay, ho affermato, risiede nel fatto che hanno scambiato Martin & Co. per qualcosa che non sono. Sicuramente possono sembrare una band di rock alternativo - ma in fondo sono un un gruppo pop. La differenza è che le band di rock alternativo sono principalmente impegnate a seguire la propria ispirazione; potete fare lo stesso se volete. Sembra, invece, che ai Coldplay sia sempre importato solamente piacere al pubblico. Hanno scritto canzoni con grandi ritornelli in falsetto costruiti per grandi cori negli stadi. E ringraziavano sempre. Si scusavano. Avrebbero pututo essere la più servile band del mondo.

Ma in Ghost Stories, i Coldplay sono introspettivi. Sono un po più alternativi ora, e meno pop. In breve, pensavano di essere qualcosa che non sono. Il volere la nostra approvazione è ciò che ha reso i Coldplay gli stessi Coldplay. Senza tutto ciò, non rimane molto da apprezzare.

Informazioni aggiuntive

  • Fonte: http://www.thedailybeast.com/articles/2014/05/20/gwyneth-paltrow-haunts-coldplay-s-self-conscious-breakup-album-ghost-stories.html
  • Autore: Andrew Romano
  • Traduzione: Elena
Elena

Mi definisco "Appassionata per caso" dei Coldplay. Siamo nel 2003, compro AROBTTH in un negozio di CD usati, perchè mi piaceva In My Place. Da quel momento non mi hanno più abbandonato, grandi interpreti di parte della mia vita. Con grande piacere entro a far parte della formidabile squadra di Coldplayzone come traduttrice.

In My Place.