#ColdplayMilan: l'esperienza di Alice (Carlotta Salluzzi)

#ColdplayMilan: l'esperienza di Alice

Abbiamo ricevuto questa interessante recensione della nostra 'amica virtuale' Alice Radice, la quale ha raccontato a cuore aperto la sua esperienza del concerto che i Coldplay hanno tenuto a Milano il 4 luglio scorso. Eccola: 

La magia sono loro

Sono in coda dalla mattina presto, da sola, con un sole cocente a farmi compagnia. Finalmente ci fanno entrare, passo i controlli, corro a perdifiato. Inciampo, ma arrivo dove voglio, dove ogni fan sogna di stare: in prima fila, con la mano salda sulla transenna. Raccolgo un po' di forze e fiato e mi guardo intorno, lo stadio che velocemente si riempie. A un certo punto arrivano più uomini della sicurezza e, senza nessun tipo di motivazione sensata, fanno spostare le prime tre file. A nulla servono le proteste, le voci alzate e i toni freddi e inquisitori, perciò mi trovo semplicemente relegata in fondo, in un angolino del prato, da cui vedo poco o nulla, incastrata tra la rabbia e la delusione. Guardo davanti a me e il concerto inizia, alzo un braccio, mi sporgo in avanti, ma loro sono lontani. Un incubo, vero? Infatti, fortunatamente, mi sveglio. Sono le 6 del mattino e manca una settimana al concerto. Buongiorno.
Per mano del Signore a cui probabilmente dall'alto ho fatto pietà, arrivato il grande giorno, non è successo nulla di tutto questo. Di coda ne ho fatta meno, ero davvero da sola e il sole bruciava, ma scottavo più io, frenetica, agitata, nervosa per un'attesa che sembra sempre infinita; impaziente, perché non li vedevo da un anno, un tempo lungo per tornare a respirare a quel ritmo conosciuto, più regolare. A volte i sogni mentono, infatti mi sono ritrovata in seconda fila, mi sono seduta e da lì non mi sono spostata di un centimetro, perché quello era il mio posto, in ogni senso possibile. Ero a fianco di tre diciassettenni, carinissime, emozionate per il loro primo concerto in assoluto e mi sono ricordata di quando di anni ne avevo 17 anche io, ero in terza superiore e, proprio come loro, sognavo uno show della mia band preferita, i Coldplay, appunto. Mi hanno fatto sorridere, perché mi hanno ricordato me stessa e mi hanno fatto pensare a quante cose siano cambiate e a quanto una più di altre sia rimasta la stessa.
Poi sono entrati, il concerto è iniziato sulle note di A Head Full Of Dreams e per un attimo sono rimasta lì, pochi secondi in cui non ho mosso un muscolo, con lo sguardo fisso su quei quattro che ho sempre visto da lontano; stavolta erano davvero a pochissimi metri da me ed è stato così incredibile da far vacillare la facile sicurezza teorica della realtà che avevo davanti. Ma il cuore non mente ed è lì che lo sento, è questa la mia prova. I miei occhi nei loro, i sorrisi spontanei. Chris che alza e sventola la bandiera italiana, il suo italiano distorto, le sue mani sul cuore quando ci ha fatto cantare The Scientist, come a dire grazie, grazie perché ci permettete di fare questo lavoro meraviglioso; poi i gesti si trasformano in parole e ce lo dice davvero, sincero. Io segretamente invece ringrazio loro, perché senza di loro non sarei me.
Non mi serve chiudere gli occhi per ricordarmi tutto questo, ho le immagini stampate dappertutto, si susseguono come in un film, in un disordine caotico, ma perfetto. Parte Charlie Brown e Chris all'improvviso si ferma. Un errore? No, qualcosa di speciale: ci chiede di non usare i telefoni per una canzone, almeno una, ci chiede di vivere il momento, di saltare e cantare tutti insieme come se fossimo una sola grande cosa, una famiglia. Così riparte, e saltiamo davvero tutti insieme, loro quattro e noi altri 60.000, in un momento solo nostro, con la musica che ci accompagna e gli xylobands che si illuminano nei colori più accesi, creando una magia, trasportandoci in un sogno, forse di più, trasportandoci in una realtà che sembra lontana da tutto, eppure è proprio lì, davanti a noi e noi ci sconfiniamo dentro e per una volta la realtà diventa migliore di qualsiasi fantasia, di qualsiasi visione onirica. Non ho avuto bisogno di guardare nessuno per sapere che in quel momento eravamo tutti a bocca aperta, con gli occhi spalancati, cercando di trattenere la meraviglia che ci accerchiava. Questa è la parte magica, non solo di Charlie Brown, ma della loro strabiliante capacità di farmi sentire in un’altra dimensione, di farmi sentire me stessa, a casa mia, in qualsiasi posto io mi trovi, giusta nei miei vestiti, nei miei pensieri, incastrata, avvolta, compresa. Per l'intera durata del concerto, ho sentito il cuore spezzarsi e ricongiungersi più volte, in un loop senza fine, una cucitura dopo l'altra, vecchie e nuove ferite riaperte, ma subito cicatrizzate. Quel cuore, il mio, tra le loro mani; loro che toccano con facilità inspiegabile le mie corde più sofferte, le più dolorose e le più felici.
Ho ballato, ho riso e ho cantato così tanto da rimanere senza voce, con i muscoli indolenziti e lividi ovunque. Sentivo il bollore del sangue che scorreva nelle mie vene, la testa confusa, ipnotizzata, le gambe tremanti, le braccia salde alzate verso il cielo. Ho sentito ogni pezzo del puzzle di me stessa incastrarsi nei punti giusti, ogni angolo smussato, anche i più difficili, anche se poi venivano distrutti, spazzati via, con la consapevolezza, però, che si possono ritrovare, si possono sistemare, anche quando sembra impossibile. Mi sono bloccata a Everglow, una luce bianca solitaria che cantava, le mani grandi e sicure su quel piano, la sua voce così familiare, calda, sofferta, forte. La tenerezza di Don't Panic con Giacomo, 9 anni e un assolo di armonica davanti a tantissime persone. Trouble che mi ha riportata nel passato, il loro e anche il mio, quello in cui mi sono fatalmente innamorata della loro musica, impareggiabile.
Le voci all'unisono che a volte sovrastavano la musica, gli applausi, le esplosioni di colori e suoni, il ragazzo vestito da elefante che ha ballato con Chris sul palco sulle note della luccicante A Sky Full Of Stars, dove le stelle eravamo tutti noi; e poi i cori di Viva la Vida, che non si sono fermati neanche quando i Coldplay ci hanno ringraziato, le luci si sono accese e hanno schiacciato il tasto pausa, perché quando l'emozione e il ricordo continuano a tinteggiarti il cuore e le ossa non si può parlare di una fine. Quando sono uscita da San Siro, sentivo ancora il cuore martellare, la pelle scottata, non solo dal sole, l'adrenalina viva e pura di chi ha appena vissuto qualcosa di così forte da non lasciare spazio alla tristezza. Quella è arrivata il giorno dopo, insieme alla speranza di vederli di nuovo, di viverli ancora, di sentirmi così libera, leggera e felice, senza nessun limite impostato.
Penso a tutto questo a distanza di diversi giorni, in camera mia, sdraiata sul letto, al buio, con le cuffie nelle orecchie e Spotify che decide cosa farmi ascoltare; e arriva lei, arriva Fix You e non poteva esserci cosa più scontata. E allora lo sento di nuovo, il cuore che batte forte, i brividi, la pelle che brucia, perché i pensieri vanno lì, al mio groppo in gola, al mio taglio sul cuore, a quando Chris l'ha cantato davanti a me e 60.000 voci più la mia l'hanno gridato con lui, lights will guide you home. E ancora una volta, la mia casa, per due ore che non scivoleranno mai via, l'ho trovata in loro. Io questa la chiamo magia.

Alice Radice 

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