La recensione di Ghost Stories

Dopo un silenzio assordante, fra un alone e l'altro di mistero, i Coldplay pubblicano il loro sesto album, Ghost Stories, realizzando - con sobrietà e secondo un patchwork sonoro fissato da innegabili capisaldi - un preciso e completo surrogato della loro discografia.

Il disco, che palesa la pecca dell'essere troppo corto e di contenere testi e frasi non così elaborati come la scuola britannica degli Elbow (per esempio) ha finora insegnato, racchiude in sè un copioso spaccato di Parachutes, qualche sentore di A Rush Of Blood To The Head, le indecisioni (con i pregi e i difetti che ne derivano, sia chiaro) di X&Y, la ricercatezza di Viva La Vida e un'impercettibile sfrontatezza propria di Mylo Xyloto.

L'lp si apre con una parte strumentale che ingloba dei vocalizzi celestiali, i quali richiamano subito alla mente il titolo dell'opera e ciò che l'orecchio dell'ascoltatore potrà fare proprio durante il suo incedere. La stessa traccia strumentale la ritroveremo a chiusura dell'opera stessa, fornendo un continuum con l'album Viva La Vida Or Death And All His Friends, quasi a voler significare che (anche questa volta) un ciclo si è aperto e chiuso.

Il contenuto di Ghost Stories spazia dalla sperimentazione elettronica al vecchio clichè degli strumenti acustici perfettamente accordati, dalla drum kit alle plettrate delicate, dagli acuti vocali di Chris tanto cari ai nostalgici dei vecchi Coldplay alle ripetizioni strofali così apprezzati dagli amanti dei nuovi proseliti della band, dalla vigorosa presenza del basso di Guy e dalla sua stessa consulenza in fase di produzione (assieme alla 'volpe' chiamata Paul Epworth, il quale sembra nato davvero per risollevare le sorti degli artisti smarriti...) e da un'area di malinconia mista a tristezza e tacita rassegnazione, generati dal sentore dell'abbandono e della separazione del frontman dalla moglie Gwyneth Paltrow, una volta musa ispiratrice, allora come oggi in realtà.

La prima traccia, Always In My Head, è straordinariamente efficace già dal titolo ed è quanto di più vicino ad alcune atmosfere di A Rush, rivisitate in chiave più moderna. Un nugolo di sintetizzatori fa da base ad una struggente melodia alla chitarra che si sposa senza intoppi ad una voce di Chris che fa letteralmente fatica a sopportare il distacco. Il ritornello, rafforzato dalle backing vocals di Will, fa poi da preludio ad un leggero e breve intermezzo strumentale, dove la chitarra di Jonny lascia intravedere la sofferenza del protagonista, lontano dal rassegnarsi ma conscio che lei non è più lì dove dovrebbe essere. Non importa: il suo cuore (e soprattutto la sua testa) saranno sempre con lei, ovunque vada.

Una sequenza martellante alla batteria elettrica trova posto assieme ad un basso ripetitivo ma convincente all'apertura di Magic, autentica testimonianza di quello che i tempi erano e che significavano tutto. In pochi secondi, viene data la vita ad un motivetto che sposta su di sè l'attenzione con quella frivolezza propria di chi vive di ricordi. E di chi (si) ripete quando erano magici e veri i tempi in cui tutto girava alla perfezione. Il rimpianto sembra essere via via più sostituibile da percezioni positive, ma ricordarsi di quanto accaduto serve a capire cosa si è perso ma anche quanto è stato straordinario assaporare dei momenti indelebili.

Si passa poi ad Ink, una ballata dai profumi estivi e della spiaggia augustina. Anche questa volta, assistiamo ad un incedere della drum kit, ma stavolta con toni più contenuti e senza dubbio più orecchiabili. Chris vuole far capire quanto l'amore sia scavato dentro al suo cuore, quasi come un tatuaggio macchia la pelle in maniera indelebile. E un tatuaggio fa male quando lo si fa, quando lo si disegna, quando non lo si vuole più. La delicatezza degli strumenti fa sì che la voce risulti sussurrata e chiara allo stesso tempo, e la chiosa del brano lascia spazio alla positività, alla felicità del rammentare che il dolore fa sì male, ma è comunque necessario per andare avanti.

Appresso, una delle tracce più riuscite del brano. Sarà merito della (praticamente) perfetta parte alla chitarra a metà brano, o dei sapienti archi di Davide Rossi, o delle percussioni di Timbaland (che non risultano essere così invasive come potrebbe apparire 'a caldo'), ma True Love racchiude perfettamente quelle sensazioni che tutti noi proviamo quando un amore è costretto a finire e l'altra persona non ci sta: vogliamo essere ancorati a quell'amore, alle certezze che suscitava, e siamo pronti anche a sentire spudorate bugie pur di credere al fatto che stiamo ancora vivendo una fantastica e meravigliosa storia. Era proprio amore vero, e la verità fa male, si sa. Quando il protagonista ha piena consapevolezza di quanto sia ormai distante e svanito quel sentimento agrodolce, ecco arrivare le plettrate di un Jonny che ha quasi l'intenzione di far piangere la sua chitarra, perchè è solo il pianto a rendere ancora più vero quell'affetto incondizionato.

A questo punto del disco, la svolta. Mettete nel cassetto i Coldplay rock, i Coldplay pop e qualsiasi stereotipo della band. Si apre lo spazio ai sintetizzatori, ad una melodia elettronica, ad una voce distorta dal vocoder e, chiudendo gli occhi, si apre davanti all'ascoltatore uno spazio buio, chiuso, quasi una trappola (e in questo senso, Trouble è così vicina quanto lontana), dove l'unica salvezza è una luce. Il protagonista lo sa, e spera che l'amata dia una guida, la luce appunto, per lasciare i propri demoni alle spalle, l'oscurità dietro di sè, la mezzanotte della propria vita. Midnight così cresce fino ad esplodere fragorosamente e ad aprire alla psichedelia e al controllo della mente. Mai nessun brano era stato così spiazzante, letteralmente nuovo nella carriera dei Coldplay. E se ai primi ascolti poteva sembrare solo fine a se stesso, nel computo dell'album diventa spaventosamente efficace. 

Ma perchè una storia d'amore finisce? C'è un altro all'orizzonte? Another's Arms parrebbe suggerire proprio questo, o perlomeno l'eventualità che l'amata possa voltare pagina fra le braccia di un altro uomo. E allora le parole diventano sussurrate per non farsi sentire più di tanto, addirittura bisbigliate, perchè si ha paura di come un altro (o più in generale gli altri) possano guardare con scherno e derisione al nostro dolore, alla nostra sofferenza, al nostro patimento. I vocalizzi femminili però danno spazio all'idea contraria: e se il protagonista trovasse un'altra donna? Per ovviare alle distrazioni di terzi soggetti, arriva la soluzione, introdotta da un giro di chitarra di Jonny fra i più azzeccati della sua esperienza musicale. E la soluzione sembra essere solo una: tornare insieme, disperatamente. Con i propri corpi a contatto.

Con un incipit che porta spaventosamente alla mente Spies, viene fuori Oceans, accompagnata per tutta la sua durata da un sonar. Quel richiamo che porta le navi lontane dal trovarsi alla deriva, serve a non smarrirsi più, a ritrovarsi, a ritornare ad essere artefici del proprio destino, fa da apripista. Con una consapevolezza gelida come una pugnalata nel cuore, come la pioggia incessante sulla testa di chi vaga senza meta, il destino si mostra con tutta la sua rudezza e si veste di note cupe e tempestose. E la chitarra acustica fa allora intuire la solitudine e la voglia di un ultimo incontro, anche se si sa già che esso non accadrà.

A questo punto dell'album, il protagonista (Chris) reimposta tutto e le atmosfere sonore sembrano volersi lasciare alle spalle la negatività: il rumore delle onde solcate dalla nave sta a significare che si va via da tutto e tutti, le campane che richiamano alla mente atmosfere festaiole (e di per sè il matrimonio) svaniscono e lasciano fragorosamente il posto al brano sicuramente più discutibile e meno legato dal filo conduttore che unisce le restanti tracce. A Sky Full Of Stars strizza, a larghi tratti eccessivamente, l'occhiolino alla musica dance, seppur mantiene la linea del pianoforte tanto cara a Chris. Quella linea di pianoforte apre ad un'esplosione di suoni e colori, ad un cielo pieno di stelle per l'appunto, la prossima destinazione del protagonista, ormai disancorato dal resto del mondo perchè legato solo a quell'amore, al tatto della pelle della propria donna, alla vista indelebile di ciò che era il passato. E solo alla fine si scorge la via: le plettrate delicate ma al contempo decise di Jonny riprendono il discorso interrotto in Mylo Xyloto (peraltro anche dal punto di vista strumentale). Ovvero, l'amore vince su tutto, sulle sofferenze, sul passato, e diventa l'unico maestro di vita.

E poi, di colpo, si passa da un numero inimmaginabile di battiti al minuto ad una pacifica e celestiale atmosfera, ad un pianoforte, e nulla più. E' O (o meglio Fly On), una ballata straziante e commovente. Perchè è impossibile superare l'empasse dell'abbandono. Perchè è impossibile tornare a sorridere come lo si faceva un tempo. Il giro di tasti d'ebano ha la stessa magnificenza e magniloquenza di Amsterdam, le lacrime cadono dagli occhi dell'ascoltatore allo stesso modo che il titolo di Every Teardrop Is A Waterfall pareva suggerire. E' senza dubbio uno dei brani più laceranti, soprattutto per Chris, ormai stremato da un viaggio che ha scavato nelle sue certezze, nelle sue debolezze, portando fuori la sua fragilità. E nella parte finale, il coro che richiama uno stormo di uccelli in volo e la voglia di tornare a volare con chi ha condiviso tutti i colori della vita, tutti i momenti della nostra esistenza. Anche il resto della band sembra rimanere impassibile di fronte all'indicibile sofferenza di Chris, ma poi si fa viva sul finire per ricordare che è proprio il gruppo e la loro musica ad essere delle chiavi di volta per guardare avanti, ancora lontano. Perchè è il gruppo che lo ha aiutato in questo percorso che ha fatto sì che un immenso bagaglio di emozioni, di sensazioni, di rabbia e di tristezza potesse trovare luogo. Come un'ancora di salvezza, come una lancia di salvataggio, come la libertà che ha uno stormo di uccelli nel volare. Ancora. E ancora.

Dopo una pausa di qualche secondo, ecco tornare la melodia strumentale dell'inizio, arricchita dalle voci angeliche di Apple e Moses, i figli di Chris. I fantasmi del passato (e le loro incredibili storie) sono acqua passata, e non è un caso che chi canta la necessità di non veder svanire tutto sia proprio chi ora rappresenta tutto: le proprie creature.

Completano il quadro tre tracce bonus: All Your Friends, altro brano delineato da una morbida batteria elettronica e da una chitarra echizzata che assume le sembianze di un'esecuzione dritta al cuore. Il fuoco si è aperto su di noi. E tutt'intorno c'è una melodia non ben definita, un contorno non così chiaro, che lascia in sospeso un qualcosa che non si conosce: ora conta solo andare avanti e continuare a sparare.

E' poi il turno di Ghost Story, ovvero il turno della rabbia di Chris, il quale vorrebbe riavvicinarsi alla sua donna, ma lei sembra non volerlo (più). Strumentalmente bellissimo, il pezzo richiama alla mente alcune sonorità grunge dei R.E.M. (specie nel finale) che travestono Chris da fantasma. E si capisce proprio in questo momento che le storie di fantasmi di cui parla in realtà sono sfaccettature della sua, di storia. Quella che vive ogni giorno. E che ora sembra essere non più dominata da dubbi o incertezze: c'è ormai un muro invalicabile che la chiude, che la ferma e che spinge ad aprirsi a nuovi orizzonti. Cioè proprio quello che la parte finale del brano semrba suggerire: una schitarrata liberatoria, un grido menefreghista, e poi il troncare tutto. Proprio come è incisa la chiusura del brano. Basta così.

In realtà, il tutto si (ri)conclude con la stessa melodia d'apertura - O (Reprise), questa volta rielaborata, riveduta e corretta. Spetta a Jonny disegnare il commiato, delineare l'addio e lasciare campo alle stesse voci angeliche udite in precedenza. E ad un solo comandamento: non rinunciare mai. A vivere. A soffrire. E, soprattutto, ad amare.

Ghost Stories è un incredibile viaggio nella psiche e nel cuore di Chris. E' renderlo nudo di fronte alle sue fragilità. E' potersi immedesimare a lui in una maniera molto più intima rispetto a quanto mai accaduto in passato. E' un disco di sicuro triste, probabilmente (anziche sicuramente) meno ballabile e pieno di pregne hit degli ultimi lavori, ma certamente più sincero, più sentito, più fortemente voluto da un frontman e dalla sua band attesa ad un cambio di passo doveroso e dovuto. Segna il passaggio ad una nuova era e probabilmente un ritorno alle origini, dove solo i Quattro contavano qualcosa. E continuano a contarlo, quel qualcosa. Eh già, perchè l'alchimia che i Coldplay sprigionano, specialmente in quest'album, non può e non potrà mai essere scalfita, pestata e derisa. Ghost Stories è un album da ascoltare quando le certezze della nostra vita ci danno alla testa e ci portano chissà dove. E' il ritornare ai piedi per terra, ad una certa umiltà che sembrava dimenticata, ad essere quelli che si è. Senza timore di essere giudicati. Perchè in fondo solo noi conosciamo noi stessi, con i nostri pregi e i nostri difetti. Questo album ci aiuta nella maniera più lampante possibile a capire chi sono davvero i Coldplay, con i loro pregi e i loro difetti. E basta soltanto aprire gli occhi e il cuore a un'attestazione di sincerità senza pari come Ghost Stories per capire tutto questo...