La recensione di A Head Full Of Dreams
All'indomani delle atmosfere cupe e dell'aurea scura e 'notturna' di Ghost Stories, i Coldplay decidono di voltare pagina aprendo ai colori, alla voglia di festa e a un deciso cambio di sonorità con A Head Full Of Dreams, preannunciato a più riprese come la 'fine di un ciclo' che nelle volontà della band avrebbe dovuto costituire una 'summa teologica' della propria discografia e che, invece di costituirne un apprezzato climax, non sembra dare luogo a tutti i buoni propositi iniziali.
Certo è che la continuità con il suo predecessore è presto visibile: il richiamo agli elementi propri dell'amore e della vita, l'accostamento al volo degli uccelli (in un interessante parallelismo fra O e Birds), un generale livellamento di intenti fra A Sky Full Of Stars e il leit motiv del nuovo album (a proposito, il titolo ricorda in maniera netta e impressionante la penultima traccia di Ghost Stories, se non altro dal punto di vista di assonanza della disposizione delle parole che lo compongono) e, soprattutto, l'abbraccio alla musica elettronica confermato con più vigore rispetto al recente passato.
La discontinuità, però, con il resto dei lavori iniziali della band trasuda direttamente dal primissimo ascolto, nel quale emergono i toni mainstream di quel pop più in voga ai giorni nostri che, da un certo punto di vista, risulta essere ripetitivo, logoro e abusato, così come da un'unione di più suoni, di più generi e di più sonorità, tutti però distanti da quell'alternative rock che ha reso i Coldplay un esempio nel panorama musicale internazionale e che sembra ora così lontano dalla pura essenza del complesso inglese che rischia di finire (per sempre?) nel dimenticatoio.
C'è da dire, ad ogni modo, che alcuni aspetti degni di considerazione saltano subito all'occhio (anzi all'orecchio): per chi è abituato ai Coldplay 'vecchia scuola', c'è spazio per delle struggenti ballad al pianoforte come il malinconico motivetto di Everglow oppure il valzerato incedere di Amazing Day; per tutti coloro i quali sono vicini alle imprese del passato ma anche alle produzioni del presente, ecco la traccia d'apertura, A Head Full Of Dreams, e Up&Up; per chi, invece, ha deciso di approcciarsi al nuovo album con la speranza di ascoltare tracce in grado di dominare la dancefloor ci sono Hymn For The Weekend ed Adventure Of A Lifetime (le quali, curiosamente, hanno l'obiettivo di incarnare il nuovo spirito dei Coldplay, sempre meno avvezzo ai ritmi brit dei primi anni 2000 e sempre più affacciato verso l'aurea di Los Angeles e del suo ambiente, diventata ormai la 'casa base' del complesso). A Head Full Of Dreams, quindi, è un melting pot di suoni che sembrano suggerire un percorso composto da più stili ma anche una strada non più lastricata in modo netto, un miscuglio di note atte ad abbracciare i consensi e gli apprezzamenti di una massa di pubblico maggiore rispetto ad ogni tentativo adoperato in precedenza.
I punti forti di quest'album sono da ricercare nel riff di chitarra dell'opening track, nel patchwork sonoro proprio dei Cure di Birds, nello smielato proliferare di note di Everglow, nel profondo significato che associa tasti a parole di Kaleidoscope, nel ritmo di Amazing Day e nell'essenza pura della traccia di chiusura, Up&Up. Rivedibili alcuni brani come Adventure Of A Lifetime e Fun, i quali hanno dalla loro la forza dominante dei testi di Chris inneggianti a 'nuova vita' (dopo le recenti delusioni sentimentali ormai note a tutti) ma che sembrano essere troppo avulse dal filo del discorso del nuovo album (in particolare, la collaborazione con Tove Lo sembra davvero non avere quel quid in più in grado di farla decollare). Da tralasciare, invece, i tentativi di sposare la causa hip hop/r'n'b tanto cara ai produttori dell'lp (gli Stargate) che rispondono al nome di Hymn For The Weekend - che sembra arrivare da un mondo così distante da quello dei Coldplay da vestire i panni di becera forzatura, e soprattutto a X Marks The Spot, ovvero quella che doveva essere una sorta di rivelazione sulla mappa del tesoro e che invece non svela il proprio senso, la propria idea e una continuità nella tracklist e che, con ogni probabilità, costituisce il punto più basso della discografia dei Coldplay, al netto delle sperimentazioni degli ultimi tempi e del cambio di rotta tanto predicato.
La traccia d'apertura di A Head Full Of Dreams – che poi è anche la title track – è una bella cavalcata nel suono, con una gradevolissima chitarra di Jonny e un richiamo abbastanza esplicito ad Hurts Like Heaven (a proposito, c'è da chiedersi se questo disco non sia il fratello minore di Mylo Xyloto, più che il figlio di Ghost Stories), ma sembra peccare di una certa debolezza, dando la sensazione che il lavoro di produzione qui svolto avrebbe dovuto (e potuto) regalare di più. Segue poi Birds, senza dubbio una delle canzoni più fresche, immediate e riuscite dell'album, dove emerge il grande lavoro di Guy nell'imprimere al suo basso un vigore e un'importanza senza pari se comparati al resto della tracklist. Appresso, Hymn For The Weekend, discutibile anche per chi ama le atmosfere disco-pop e nella quale la voce di Beyoncè fa dimenticare le manchevolezze e le pecche di una produzione troppo orientata a certi dettami sonori 'californiani' (il brano può funzionare in un party, può andar bene in spiaggia, ma il collegamento sonoro alla traccia successiva rasenta l'azzardo) e un testo non in linea con quanto di buono (anzi, di eccellente) Chris ci aveva abituato a donare. Successivamente, è la volta di Everglow, ballata al pianoforte che racchiude in sé tutti gli elementi cardine dei primissimi lavori dei Coldplay (la voglia di stupire con un suono cupo ma capace di lasciare il passo all'happy ending, per esempio) e che è un tributo all'amore che Chris e Gwyneth hanno condiviso nelle loro vite e che traspare, quasi latente, dal testo, cantato in un dolce duetto. Subito dopo, tocca ad Adventure Of A Lifetime, che strizza (troppo?) l'occhio ai Maroon 5 e a Justin Timberlake e che sembra donare linfa nuova a Chris, spezzando le catene dell'amore finito e rinvigorendosi verso una nuova storia sentimentale (you make me feel like I'm alive again), anche se non appare totalmente convincente, soprattutto in fase strumentale (il giro di basso sembra essere slegato dal riff di chitarra, e l'incedere della batteria di Will è quasi nullo). Più avanti, è la volta di Fun, che si apre con un'echeggiante chitarra e che dà vita ad un brano senza grosse pretese e che resta 'piatto' fino alla fine (nonostante non sia poi così lontano da alcuni lavori 'vecchio stile' del quartetti inglese). Poi, l'ipnosi dei tasti del pianoforte di Kaleidoscope, una ninna nanna che celebra il racconto The Guest House (la musa ispiratrice per Chris in quest'album) e che riporta un po' tutti alla spensieratezza fanciullesca, sebbene racchiuda poco o nulla di Chris, Jon, Will e Guy (il primo non proferisce verbo, il secondo sembra non esserci, il terzo è presente solo con suono di grancassa, mentre il quarto dà un contributo al basso quasi trascurabile); è di fatto la traccia che dà il 'reset' a tutto e lascia il cammino al vero brano rivoluzionario di A Head Full Of Dreams, ovvero Army Of One: la Paradise dei giorni nostri è la chiave di volta, quel trionfo di colori in musica che riporta Chris a essere protagonista delle tastiere/organo, Will a rivestire i panni del grande batterista, Guy a rinverdire i fasti del suo lavoro in assonanza ad Every Teardrop Is A Waterfall e Jonny con uno dei suoi più riusciti (e positivi) riff, il tutto condito da una voglia sana di sperimentare senza abbandonare il solco inciso in passato e in grado di regalare una versione 'zippata' dei sette album dei Coldplay in poco più di tre minuti. Poi, la traccia nascosta dell'album, che a dire la verità avrebbe dovuto rimanere tale, ovvero X Marks The Spot, la quale appare essere stata 'messa lì' a riempimento di un vuoto in scaletta e che è condita da un testo a tratti imbarazzante (il boom-boom, ad esempio) e da un'accozzaglia di suoni che, francamente, potrà facilmente finire nel dimenticatoio. Andando avanti, è la volta di Amazing Day, un'odierna e rivisitata In My Place, che racchiude sonorità che sembrano venire un po' dal secolo scorso e un po' dalla magniloquenza che ha trasformato i Coldplay da buona promessa a band di rilevanza mondiale, con un pizzico di archi davvero azzeccato e da un testo ripescato da chissà quale cassetto dei genuini esordi. Infine, dopo la meteora strumentale Colour Spectrum (che, così come fa proprio lo spettro dei colori, raccoglie parti di ogni brano che compone l'album – è immediatamente individuabile l'incipit della traccia d'apertura e alcune parti del dettato di Kaleidoscope) e che indossa i panni di un punto e virgola in formato musicale, si chiude con Up&Up, ovvero la canzone di durata maggiore di tutta la discografia (anche più di Gravity) ma mai noiosa e che mischia le partecipazioni di tutti coloro i quali hanno preso parte al progetto in un pezzo riuscito, che sembra chiudere un cerchio di significato e di suono, condito di parallelismi e di iperboli, e che resterà a imperitura memoria nel cuore dei fans grazie ai cori incisivi, al riff di chitarra di Noel Gallagher e a quell'invito a non mollare mai e a 'credere nell'amore' che è un toccasana per chi non ha più speranze, per chi ne ha ma ne vuole avere di nuove e per chi non vuole tornare mai con i piedi per terra.
Col senno di poi, avremmo preferito includere anche Miracles nella tracklist (e nella versione giapponese dell'album ciò accade davvero), se non altro per sostituire una delle tracce deboli del disco e anche perché, in fin dei conti, è stata concepita nella stessa era e con la medesima unità di produzione di A Head Full Of Dreams. Avrebbe conferito un aspetto diverso a questa settima fatica che, quantunque abbia alcuni fattori davvero rilevanti, è da annoverarsi quale punto più basso della carriera dei Coldplay (e la maggior parte della critica è in linea con tale opinione). Discorso diverso, invece, investe l'importanza che questo album ha per la band: mai come in questo caso Chris, Will, Jonny e Guy sono stati contenti del loro operato. E per questo, è tutto sommato preferibile qualcosa del genere, piuttosto che un artefatto di suoni non voluti, di testi non desiderati, di intenti non materializzati. A Head Full Of Dreams chiude un ciclo: è il capitolo finale di un libro, una candela che si spegne sprigionando un acre fumo, un tramonto. In attesa di una nuova alba...